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LE CARATTERISTICHE DEL FIGHTER (Parte 1)

LE CARATTERISTICHE DEL FIGHTER (Parte 1)

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“Le anime più forti sono quelle temprate dalla sofferenza, i caratteri più solidi sono quelli cosparsi di cicatrici” (Cit. Khalil Gibran)  

In tutti gli sport dell’era moderna, che si tratti di discipline di squadra o individuali, cicliche o acicliche, di situazione o meno, si è notato come ci fossero atleti molto più predisposti alla pratica di uno sport invece di un altro, predisposizione non solo a livello condizionale e coordinativo, ma anche e soprattutto a livello mentale.  


Gli sport da combattimento non fanno eccezione, infatti da molte ricerche effettuate sul campo, si sono potute riscontrare caratteristiche simili, sia fisiche che mentali, in molti combattenti e lottatori professionisti.   Un semplice esempio lo è un vecchio studio effettuato nel 1987, dove si riscontravano motivazioni comuni nei ragazzi che si approcciavano al pugilato, come:  

  • Desiderio di affermarsi;
  • Sentimenti di vendetta e rivalsa nei confronti della società in cui vive;
  • Influenza dei familiari e/o del gruppo di pari;
  • Prospettive di rivincita economica e sociale.  

Addirittura, già negli anni ’60, uno studio effettuato da Antonelli e Ricci sui pugili della nazionale olimpica italiana, dimostrò che, rispetto agli atleti di altre discipline e alle persone non sportive, questi pugili presentassero caratteristiche comportamentali comuni come, ad esempio, una maggior capacità di reazione alle situazioni frustranti.  

Le caratteristiche caratteriali e psicologiche


Nei Kombat Sport in generale la preparazione mentale richiesta è spesso superiore ad altre discipline sportive, ma molto spesso è sottovalutata e poco preparata o, nei casi peggiori, nemmeno tenuta in considerazione.   Tutto ciò avviene nonostante sia evidente alla maggior dei praticanti quanto sia rilevante lo stato emotivo dell’atleta che si accinge a praticare uno sport di questo tipo.  

Lo scontro diretto con l’avversario, il susseguirsi di rapide combinazioni in cui il tempo di reazione e di recupero è ristretto, e la probabilità di dover combattere in situazioni di svantaggio richiedono una mente consapevole, preparata ed allenata.  

Gli atleti che combattono sono spinti da forti motivazioni, vanno alla ricerca di intense emozioni e desiderano sapere come gestirle e sfruttarle a proprio vantaggio soprattutto in combattimento.  


Tuttavia, la grande maggioranza di loro, non riesce ad identificare con esattezza il proprio stato emotivo interno (come accade a numerose persone anche al di fuori dello sport), e questo non consente loro di modulare il loro stato psichico e mentale in maniera adeguata, per incanalarlo in modo positivo nel miglioramento della performance.  

Nel 90% dei casi, chi arriva sul ring è solo un individuo selezionato dalle dure leggi della palestra, con una personalità sportivamente (e a volte in modo patologico) aggressiva, fatta di coraggio e capacità di dominare la paura e le spontanee reazioni autoconservative.   L’autoconservazione è uno scopo primario che guida l’esistenza umana, del resto la paura di morire è un elemento fondamentale della nostra vita emotiva.  

Quando si sale sul ring, è come se attraverso il combattimento si mettesse in scena il rischio per la propria incolumità con la possibilità di agire e controllare, superare, incontro dopo incontro, le nostre paure.   Il controllo del rischio si manifesta così come controllo della paura della morte.  


Pertanto il combattente deve costantemente controllare l’ansia e la paura derivanti dall’istinto di conservazione, gli schemi motori che sopraggiungono istintivamente devono essere sostituti con il gesto tecnico, in modo tale da far diventare l’atto sportivo in sé, un mezzo per esorcizzare la paura, per superare i sentimenti di inadeguatezza, in quanto prova-specchio della propria esistenza.  

Per alcuni studiosi, l’atleta combattente esprime nelle sue doti di tenacia, pazienza, resistenza al dolore, l’esistenza di un nucleo psicologico fatto di insicurezza, inadeguatezza sociale, aggressività reattiva oppure insufficienza vitale.  

L’esigenza di una pratica agonistica che richiede perseveranza, autocontrollo e dominio dell’aggressività, implica un elevatissimo livello delle abilità psicomotorie (reazioni pronte e veloci) e di schemi motori automatizzati ma suscettibili di adattamenti situazionali dettati dall’intelligenza.  


Anche la volontà è indispensabile al fighter per avere il coraggio di resistere invece di ritirarsi anche quando si accorge della propria inferiorità.  

Nei lottatori, l’aggressività stimola l’agonismo, forse più che in altri sport.   L’agonismo è la manifestazione matura, costruttiva e creativa dell’aggressività, volta all’autorealizzazione dell’individuo.  

Altro aspetto importante per ogni atleta è sviluppare la capacità di gestire l’ansia da prestazione pre-gara: esistono delle “trappole mentali” che gli atleti affrontano prima di una gara importante e che possono far insorgere stati di ansia troppo elevati.  


Un’atleta mentalmente allenato conosce almeno tre o quattro tecniche di gestione dell’ansia da inserire nel suo “borsone” e da tirare fuori al momento opportuno ad esempio nei minuti precedenti la salita sul ring. Nel Prossimo capitolo vedremo quali e quante sono le capacità coordinative e condizionali di un fighter. 

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PER ASPERA AD ASTRA  

Graziano

Autore: Antonino Graziano Sciuto

Ed eccomi qui allora, piacere di conoscerti, io sono Graziano Sciuto.
Vorrei parlarti un attimo di me in modo da darti le motivazioni necessarie a capire perché dovresti ascoltare ciò che dico.
Sono il più piccolo della famiglia, ero il classico bambino un po’ cicciottello (“perché la pancia è tutta altezza” cit.) e occhialuto cresciuto con in un’infanzia non tanto degna di essere ricordata. Non ho mai avuto la possibilità di giocare con mio padre come facevano gli altri e, per via di svariati problemi economici, ho dovuto aspettare di poter lavorare per pagarmi la palestra per rimettermi in forma.
Durante le scuole a volte venivo deriso ed emarginato a causa della mia prestazione fisica alquanto scadente ed il tutto era incorniciato dall'avere una situazione economica e relazionale interfamiliare non proprio delle migliori. Stavo spesso da solo e non avevo molte amicizie.
Avevo quindi un bivio davanti:
Lasciarmi abbandonare alla situazione che c’era attorno e far sì che il destino decidesse per me
Ribellarmi, lottare e fare di tutto per ottenere qualcosa di meglio dalla mia vita
Grazie al sostegno della mia famiglia e delle poche persone a me vicine che mi hanno sempre accompagnato, scelsi la seconda.
Quindi a 14 anni iniziai finalmente a lavorare, prima in fabbrica dallo zio, poi in una camionetta dei panini nelle stagioni estive e nei fine settimana per mantenermi in autonomia senza dover chiedere nulla. Ero deciso e motivato a tutti i costi di cambiare il mio status.
Della mia adolescenza non ho molti bei ricordi: il sabato sera al posto di uscire con gli amici gli facevo il panino per cena dalla camionetta, ma questa esperienza come tante altre mi portarono per fortuna ad essere molto più responsabile e “adulto” dei miei coetanei.
Con l’intento di imparare a lottare e difendersi, iniziai a praticare il kung-fu, uno dei migliori sport che insegnano la disciplina, la dedizione ed il sacrificio.
Ero molto indietro rispetto a coloro che iniziavano a praticarlo a 5 o 7 anni, ma feci i salti mortali e raggiunsi in pochi anni la cintura nera 1° DUAN e l’attestato di allenatore. Nel corso di questi anni seguirono svariate gare, pagate con i miei sudati guadagni in parallelo agli studi.
A 18 anni arrivò il diploma come Perito Tecnico a pieni voti e, deluso dal kung-fu e da come si era diffuso nel mondo, decisi di praticare prima il sanda, meglio conosciuta come boxe cinese, poi la Muai Thay, la boxe thailandese, entrambi a livello agonistico.
Nel corso degli anni che praticavo con costanza diverse discipline, rimanevo però sempre più deluso da ciò che c’era all’interno del mondo degli sport da combattimento, sentivo che mancava qualcosa, anche se ancora non avevo capito cosa.
Gli allenatori altro non erano che ex atleti con 20 anni di esperienza sul campo, senza la minima conoscenza né dei criteri di allenamento, né tantomeno del motivo per cui determinati esercizi e sessioni di allenamento si facevano proprio in quel modo...
Nella mia testa quindi iniziava a farsi largo l’idea di diventare io stesso un maestro ed istruttore, ma con l’intento di essere molto più preparato di coloro che dicevano
“IO CON QUESTI ALLENAMENTI CI HO FATTO 15 ANNI DI CARRIERA DA PROFESSIONISTA!!!”
Bene, ma quanti di coloro che ti seguono hanno ottenuto gli stessi risultati con lo stesso allenamento? Che risultati agonistici hai ottenuto tu?
- queste sono domande di cui ancora attendo risposta -
Tornando a noi, da dove iniziare quindi? Ero perplesso e non sapevo a chi chiedere consiglio…
Quindi cominciai a strutturare l’idea di cosa volevo essere e diventare da grande e, come tutti i ragazzi ambiziosi e con la voglia di spaccare il mondo della mia età, la modestia non faceva per me tanto da pensare di diventare il miglior preparatore atletico specializzato in SdC di sempre.
Adesso che avevo ben chiaro cosa diventare però, bisognava partire da qualche parte, quindi misi da parte gli studi tecnici da perito e
“HO DECISO, VOGLIO ENTRARE ALL'UNIVERSITÀ, FACOLTÀ DI SCIENZE MOTORIE”
Primo anno, sono fuori dai primi 100 posti, non entro. Mi metto a lavorare come un pazzo, decido di guadagnare i soldi per andare un mese in Cina e conoscere il vero mondo del kung-fu, ci riesco. Parto a fine luglio del 2010 e rientro a fine agosto. Tutto un altro mondo, fantastico e stupendo, ma è un mondo che purtroppo non fa più per me.
Riprovo i test universitari, finalmente entro ed inizio gli studi. Passa qualche mese, mi do le prime materie, tutto procede per il meglio fino a che un bel giorno mio padre mi dice:
“Hanno indetto un concorso a livello nazionale per una borsa di studio di € 27000 per studiare e fare uno stage direttamente nella più grossa casa automobilistica italiana. Prendono solo 10 persone ed il bando è aperto ai Periti con voto sopra il 90/100 ed ai laureati e laureandi triennali in ingegneria e affini. Perché non partecipi?”
“Ma papà, come posso competere con dei futuri ingegneri? e poi ho deciso di chiudere con le materie tecniche”
“Ma che ti interessa?? Non hai nulla da perdere ed è una bella borsa che potrebbe aiutarti a mantenerti gli studi, inoltre il concorso lo fanno qui a Catania, quindi provaci. Alla meno peggio ritorni a studiare per come stai già facendo”
Un po’ indeciso e con la sfacciataggine di colui che già sa come andrà a finire, lo faccio.
Eravamo in 300 circa, di cui la maggior parte tutti ingegneri o aspiranti tali con la puzza sotto il naso. Il test scritto mi sembra estremamente difficile, ma mi concentro e completo tutto ciò che posso. Quel giorno me ne tornai tranquillo a casa, convinto di essermi tolto un peso di dosso e aver accontentato finalmente mio padre.
Inaspettatamente però rientro tra i primi venti, passando la prima selezione. Seguono poi test d’inglese, colloquio tecnico e motivazionale. E alla fine e contro tutte le aspettative che avevo, supero tutto.
Mi ritrovo infine ad essere l’unico diplomato in mezzo a 9 ingegneri che mi guardano in malo modo non appena gli dico di essere un laureando in scienze motorie.
Inizia così il corso di studi tecnico in parallelo a quelli universitari che, inevitabilmente, rallentano.
Salgo a Torino, lavoro per 8 mesi al Centro Ricerche, mi gestisco casa e lavoro in totale autonomia. Contemporaneamente lì scopro un mondo della lotta totalmente diverso da quello che c’è al sud: combattimenti ogni mese, preparazioni atletiche specifiche e generali, mega palestre e tanta voglia di vincere ed emergere. Mi innamoro anche del pugilato, la noble art, che inizio a praticare.
Il percorso della borsa di studio termina dopo un anno e mezzo, una bellissima esperienza che mi ha permesso di accrescere il mio senso del dovere, l’importanza del sapersi organizzare e la consapevolezza che:
NESSUNO MAI SI MUOVERÀ PER TE PER FARTI OTTENERE UN RISULTATO,
SE PRIMA DI TUTTO NON SEI TU STESSO A FARE IL PRIMO PASSO
Quindi ritorno a Catania e riprendo gli studi universitari e inizio a praticare anche la boxe. Siamo a Gennaio del 2014 e nel giro di un mese supero 4 materie dell’università e cerco di recuperare il tempo perduto.
A marzo vengo assunto in e-distribuzione come operaio, e un mese dopo l’assunzione mi richiamano dal Centro Ricerche per un contratto, ma rifiuto. Gli studi universitari rallentano nuovamente.
Nonostante tutto e tutti, continuo ad andare avanti, seguo le materie, passo gli esami, mi esercito e provo su me stesso nuovi modi e metodi di allenamento, ma sento che manca ancora qualcosa. Noto con amarezza che l’università è troppo accademica, c’è troppa teoria nel mezzo e pochissima applicazione pratica.
L’esempio lampante di tutto ciò, è avvenuto dopo aver passato l’esame di biomeccanica, voto 27/30.
Mi sono detto
“WOW posso dire di conoscere l’argomento”
ed ecco che, comprando per pura curiosità un libro di biomeccanica applicata alle alzate di potenza degli strongman, scopro con mio grande stupore e anche un po’ di amarezza che non ci avevo capito un C***O in ciò che c’era scritto, e non perché non ero del settore ma mi sentivo chissà chi, ma ero un laureando in Scienze Motorie che si era fatto un mazzo gigantesco per passare al meglio quella materia specifica.
Quel libro me lo sono dovuto leggere e studiare tre volte prima di iniziare a comprenderlo. Ed il bello è che quel libro lo aveva scritto un ingegnere con la passione per powerlifting!!! Non un dottore del movimento né tantomeno un Chinesiologo o un Fisiatra!!!
La scoperta di questo paradosso e la mia smania di voler sapere come si allenano i grandi campioni e cosa ci sta dietro alle loro preparazioni atletiche (che non è il classico “fai 3 serie da 10 ripetizioni per ogni esercizio”) mi porta a guardarmi in giro anche fuori dall’università, comprando svariati libri di noti preparatori atletici di fama internazionale e di prendere la decisione che dovevo intraprendere anche degli studi extrauniversitari, partecipando a diversi corsi di formazione e conseguendo nel tempo diversi attestati come:
Istruttore di Fitness Wellness 1° e 2° lv (ConfSportiva - Università di Catania)
Istruttore di Allenamento Funzionale 1° e 2° lv (Functional Training School)
Allenamento al Femminile (Functional Training School)
Dimagrimento e Alimentazione (Functional Training School)
Postural Basic (Functional Training School)
Tecnico FIPE 1° lv (Federazione Italiana Pesistica)
Istruttore di Kettlebell Training 1° lv (Functional Training School)
Cutman professionista (ICA - International Cutman Association)
Istruttore Certificato per lo Scrutinio del Movimento Funzionale 1° e 2° lv (Metodo FMS)
Il miglioramento delle mie prestazioni sportive, l’aumento della sicurezza in me stesso, il non aver paura a rispondere e chiedere il perché di una determinata cosa, sono solo alcuni dei risultati raggiunti grazie a tutto ciò che ho fatto e studiato oltre alle competenze e conoscenze acquisite in ambito di Preparazione Atletica per gli Sport da Combattimento.
Attualmente, a 28 anni compiuti, mi ritrovo ad essere il Dottore in Scienze Motorie con la capacità di applicare realmente ciò che studio su fighter che mi si pone davanti, ottimizzando il tutto grazie anche al confronto con altri esperti di diversi settori al fine di raggiungere l’unico obiettivo che mi sono posto negli anni:
DIFFONDERE IL METODO CORRETTO DI PREPARARE UN FIGHTER


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Commenti

@peepso_user_295(Antonino Graziano Sciuto)
Grazie a te per il complimento.. quale è la tua pagina facebook?
1 mese fa 1 mese fa
Training Autogeno, Pesaro. Mi piace: 303 · 7 persone ne parlano · 2 persone sono state qui. Dott.ssa Coacci Paola Psicologa Psicoterapeuta Psicoterapia individuale Training autogeno