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L’ultima doccia fredda sugli sport da combattimento è arrivata ieri, 24 giugno 2020.

Mentre il ministro Spadafora si dimostrava possibilista riguardo la riapertura delle palestre e degli eventi di sport di contatto (comprendente quindi il mondo delle discipline da combattimento e delle arti marziali, ossia il mondo di Kombatnet), il Comitato Tecnico Scientifico decretava: niente riapertura. Ancora una volta.


Pare, queste le motivazioni sul tavolo, che non sussistano ancora le condizioni di sicurezza tali per far cadere l’ultimo sigillo, quello apposto sulla distanza di un metro durante gli allenamenti.

Lo stesso Spadafora si dimostra sconcertato rispetto a questa decisione e prende posizione pubblica in linea con i suoi recenti interventi sulle pagine delle varie federazioni: non dimentichiamo che a fianco della sanità e della sicurezza (che di norma dovrebbe stare “über alles“, “sopra ogni cosa”) camminano con passo deciso le sue due sorelle: “politica” ed “economia“, che non temono di far sentire la loro voce.

In epoca di caos la ridefinizione degli equilibri si gioca su alleanze, tattiche e strategie: il momento che stiamo vivendo non è da meno e sempre di arte della guerra si tratta.



In considerazione dell’attuale situazione epidemiologica nazionale – si legge nel parere del Cts – con il persistente rischio di ripresa della trasmissione virale in cluster determinati da aggregazioni certe come negli sport da contatto“, devono essere rispettate “le prescrizioni relative al distanziamento fisico e alla protezione individuale“.

Così si espone il CTS.

Sembrerebbe sano buonsenso: in fin dei conti se accettiamo che un judoka si rotoli sul tatami con uno sconosciuto che potrebbe avere inconsapevolmente la febbre e far ripartire un focolaio epidemico, dovremmo contestualmente accettare la riapertura di discoteche, nuovi concerti, feste di paese, mercati rionali, ristoranti senza plexiglass, supermercati senza mascherine e via dicendo.


Potremmo obiettare che ci sia una differenza sostanziale in termini numerici tra i fighter di una palestra e la folla del sabato in discoteca; potremmo far notare che la sanificazione di un locale sportivo non è nemmeno paragonabile allo scambio di effluvi corporali nei bagni di un locale da ballo; potremmo tirare in ballo eventuali permessi da concedere unicamente agli agonisti previe certificazioni, esami clinici e via dicendo; potremmo far notare che 5 agonisti che fanno sparring possono essere controllati anche digitalmente (magari per legge) con le famigerate app, mentre 10000 persone in piazza con 5 malati al centro sono già considerabili “epidemia“; potremmo dire tante cose.


Potremmo far notare che, anche se sicuramente la sicurezza sanitaria è sopra ogni cosa, se le ASD non fanno più fare sparring ed allenamenti a contatto alcuni mondi (e relativo indotto) muoiono. Possiamo far notare che le ASD, tessuto fondante il mondo dell’agonismo sportivo in Italia (perché così si è voluto: è vietato, per legge, parlare di professione) sono state praticamente ignorate da aiuti e sussidi (“Come osano volere anche dei soldi? Vergogna!“): ma se esse crollano crolla anche tutto il mondo degli eventi sportivi (riunioni di pugilato, tornei di arti marziali, gala di kickboxing e via dicendo). Possiamo far presente che se non ci sono più match per un anno anche gli agonisti (guai a chiamarli professionisti, no? Non si può, ripetiamo, per legge) dovranno andare a cercarsi un lavoro e probabilmente decideranno di relegare l’attività sportiva in secondo piano rispetto (incredibile, eh) a cose più frivole come (assurdo, eh) MANGIARE o PAGARE LE BOLLETTE. Possiamo anche calcolare l’indotto derivante dalla chiusura di palestre di Judo, Aikido, BJJ, con persone che per 40 anni sono state insignite delle più alte onoreficenze ed oggi a 60 anni suonati devono inventarsi un nuovo lavoro (come? Non si sa. Fatti loro).

Potremmo.



Potremmo tirare in ballo la logica, in questo paese dove i governanti mostrano la consistenza di un panetto di burro sotto il sole di agosto. Dove si lasciano andare a considerazioni pubbliche su media e social per grattare dal fondo del barile il consenso di una federazione o di una associazione di categoria, fingendosi stupefatti quando poi, prevedibilmente, vengono smentiti e bloccati da elementi politici di pari o superiore importanza. Potremmo parlare dell’opportunità, a livello politico, di dare speranza (mai gioco di parole fu più appropriato) ai cittadini: perché finché c’è speranza c’è calma e solo quando la disperazione scende ad ammorbare i ceti sociali più bassi bisogna realmente avere paura della propria testa, ed in quel caso non ci sono brioches che tengano.

Ma in un mondo dove le regole della logica perdono il loro significato (ricordiamocelo: ci stiamo avvicinando alla singolarità, quindi è tutto perfettamente in linea con le predizioni) possiamo solo prendere atto delle decisioni prese “colà dove si puote ciò che si vuole“.

Camminando per le spiagge della riviera si vedono quotidianamente centinaia di ragazzini ammassati sui muretti, come se il Covid-19 fosse semplicemente una parola ricorrente sui titoli di giornale. “Sì, sì, mamma, cheppalle, ce l’ho la mascherina“. Come se il nonno non fosse morto senza il conforto dei familiari, solo poche settimane prima, solo come un cane in una corsia d’ospedale senza nemmeno poter salutare i suoi figli. D’altra parte si sa: la morte è una cosa da adulti. Dovrebbe.



Pattuglie di polizia passano diligentemente (o distopicamente, dipende) a far notare a gruppetti di persone che le mascherine vanno indossate, mentre si gioca tranquillamente a pallavolo o a calcetto, a decine, pochi metri più in là.

Ristoranti e bar faticano a far rispettare le regole, di fronte a clienti spesso arroganti ed indisciplinati, mentre nel soggiorno della casa sopra il locale si organizzano cene tra amici da 20 persone, uno sopra l’altro, scambiandosi bicchieri “perché tanto l’alcool disinfetta”.

Tralasciamo la critica, insensata, di chi paragona i festeggiamenti per una coppa con lo sparring in palestra: due eventi completamente differenti, non assimilabili, messi sul piatto della bilancia solo ed unicamente da chi non capisce la differenza di indotto e che casomai, come detto sopra, non vede come accettare un open di karate da 1200 persone significhi casomai accettare proprio le piazze gremite (perché concettualmente sono sullo stesso piano).


Quello che nessuno nota, impegnato com’è a vomitare bile sui tanto odiati social network (utilissimi però a farci conoscere l’effetto delle Mentos nella Coca-Cola, le fantastiche dimensioni del vostro culo e suggerire il vostro status sociale sulla base della foto dell’aperitivo al tramonto) è un semplice dato di fatto. Oggettivo ed incontrovertibile.


Al netto di condizioni sanitarie pregresse non favorevoli, di Covid-19 si muore per un solo motivo. Non sono opinioni: lo dicono i numeri. Ed è lo stesso motivo per il quale in Giappone con un terremoto del 7.5 i ristoranti continuano a lavorare in cima ad un grattacielo che ondeggia di 4 metri mentre da noi si muore sotto i calcinacci di un tetto che doveva essere nuovo.

In Germania a fronte di una popolazione di 80 milioni di abitanti le terapie intensive erano 28.000. E le hanno aumentate, se i dati non mentono fino a 40.000. Ed hanno comunque faticato a contenere l’epidemia.


In Italia siamo partiti, a fronte di una popolazione di 60 milioni di abitanti, con 5000 terapie intensive. Siamo arrivati ad aumentarle, dopo la tragedia che ci ha colpito, forti dell’esperienza vissuta, fino alla STRAORDINARIA cifra di… 6695.

Non c’è altro da sottolineare.

Gli eroi che ci hanno regalato e ci regalano le loro vite lavorando in ospedale e nella sanità sono arrivati al limite della loro resistenza fisica (i media sono pieni delle loro storie e di foto di infermiere semisvenute dalla fatica). Poveretti: non sanno (o forse lo sanno) che i loro sforzi, presi complessivamente, non basteranno mai. Sia chiaro: ringrazierei per tutta la mia vita gli sforzi di un medico di terapia intensiva che mi salva la vita. Non stiamo parlando del dettaglio ma dell’insieme, perché quando si parla di palestre non parliamo del singolo atleta ma di leggi che coinvolgono tutto il mondo sportivo.



Tutti gli sforzi di medici, infermieri, anestesisti, rianimatori non basteranno, stante le condizioni attuali volute dai nostri governanti, attuali e passati, ad arginare lo tsunami di malati che potrà abbattersi sulle terapie intensive se la curva risalirà. E risalirà, sia che abbiano fatto fallire e mandato a dormire in strada migliaia di insegnanti di arti marziali e titolari di palestre, cancellato eventi sportivi, bloccato la crescita agonistica dei novelli Petrosyan, sia che non l’abbiano fatto. Non cambierà nulla distruggere il mondo delle ASD. Moriremo tutti comunque. Anzi: moriremo ancora più poveri. Economicamente, socialmente, culturalmente.

Non servirà a nulla evitare che 5, 10 agonisti facciano sparring in palestra, demolendo in pochi mesi quello che avevano costruito in anni di sacrifici, assieme alle vite economiche e sociali dei loro coach, che arrancavano per arrivare alla fine del mese in un Paese che sembrava averli dimenticati.


Non appena l’epidemia busserà di nuovo alle porte, presumibilmente in autunno come da copione, torneranno a morire persone in grande quantità. E non sarà colpa delle palestre (che nel frattempo avranno chiuso). E nemmeno dei ragazzini che giocano a pallavolo in spiaggia.


Sarà colpa di uno stato (volutamente minuscolo, NdA) inesistente, costituito da agglomerati di zecche che succhiano sangue dalla società e vampirizzano le risorse per il loro tornaconto personale, facendo in modo che il sangue non arrivi ad arti, cuore e cervello ma finisca nelle loro pance.

Attenzione però: quando una zecca è troppo grassa di solito finisce male: o esplode, o viene schiacciata.

Fighter lives matter.



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