Difesa personale e sport da combattimento

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Difesa personale e sport da combattimento

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… o anche “dietro una tastiera non si va KO“.

C’è un argomento che mi sta a cuore e che di recente è stato protagonista di alcune accese discussioni su Kombatnet (qui, qui e qui per chi fosse interessato a leggere le varie opinioni e dire la sua), ossia la differenza tra difesa personale in un contesto quotidiano e la pratica sportiva.


Si tratta di un argomento sul quale sono stati spesi fiumi di parole ed anche il nostro Alessio Sakara si è espresso in merito.

La domanda è: quanto conta la pratica sportiva nelle discipline da combattimento in uno scontro reale urbano tra persone? 


Vorrei riportare la mia opinione personale su questo blog di Kombatnet e vi invito a commentare di seguito al post.

Ho fatto parte, sin da piccolo, di diverse compagnie di ragazzi (ritrovi informali ricorrenti di persone in bar, parchi e sale giochi, per chi non fosse avvezzo allo slang marchigiano) la cui attività principale, diciamo, non era la pubblicazione di trattati di filosofia: vivo a Pesaro, quindi non ho sicuramente avuto l’esperienza di un adolescente di Scampia né quella di un ragazzo cresciuto nei sobborghi di Bogotà, ma ho (purtroppo) visto e vissuto parecchie scene degne di una ripresa cinematografica.


In seguito ho praticato (e pratico) discipline da combattimento (Muay Thai, K1), sempre in maniera amatoriale, ma con costanza ed impegno: non sono un agonista ma faccio i miei bei guanti in palestra e spesso non si tratta di sparring leggero. Sono quindi abituato a confronti fisici impegnativi, complice anche la mia stazza.

Non ho invece mai, se non in maniera del tutto superficiale, studiato nessuna disciplina da difesa in maniera formale (non ho fatto mai nessun corso). Mi sono stati insegnati degli elementi di Krav Maga da un amico che lavora nella sicurezza, ho fatto pratica con coltelli e bastoni ma non posso dire di essere un esperto più di un qualsiasi “leone da tastiera” che si guarda i video degli israeliani in rete e prova le mosse in salotto distruggendo con un calcio il vaso con le ceneri del nonno.


Detto questo, così avete una panoramica delle mie competenze, posso dire che negli anni mi sono fatto un’idea abbastanza oggettiva del rapporto tra sport e difesa personale e faccio un po’ fatica ad accettare le sciocchezze che leggo scritte quotidianamente al riguardo. 


Ne riporto alcune: 

  • “Se sai fare Muay Thai ti sai difendere in ogni situazione”
  • “Chi fa Krav Maga è in grado di difendersi da aggressioni da coltello”
  • “Chi fa MMA è il più forte in strada”
  • “Il pugile è sempre avvantaggiato” 

Ed altre sostanziali stupidaggini che puoi dire solo se il tuo più grande problema è l’acne. 



Tante persone sicuramente molto più competenti di me tirano fuori un sacco di argomentazioni al riguardo, giocando con termini tecnici, strategie di difesa militare, passaggi tratti da manuali di medicina e via dicendo: io vorrei bypassare tutto questo, perché come ho detto non ho esperienza di corsi di Krav Maga, difesa personale o affini, né competenze in altre discipline al di fuori di MT, K1 e dintorni e non sono competente in medicina, strategia militare, guerriglia urbana, lol. 


Vorrei partire da un concetto di base apparentemente scollegato: predire un incontro SPORTIVO è sostanzialmente impossibile. Su questo siete d’accordo, no?

Non c’è alcun modo di sapere con certezza, a meno che l’incontro non sia truccato, l’andamento dell’incontro. Le variabili in gioco sono troppe. A partire dal famoso “colpo della vita”, o “colpo della domenica”, che può ribaltare un incontro (l’ho visto accadere tante volte sul ring), passando per tattica e strategia attuate dall’angolo, per finire sulle “sfighe fisiologiche”, come un osso crinato che si rompe, un tendine che cede improvvisamente o un muscolo che si strappa.

Possiamo parlare di percentuali di probabilità, come è accaduto con il recente incontro tra McGregor e Cerrone, che di solito rispecchiano il risultato, ma è sempre impossibile sapere con certezza a monte come andrà a finire… ed è per questo che esistono i giri di scommesse sugli incontri (come praticamente in qualsiasi altra situazione ad alto grado di indeterminazione esistente al mondo).



Ora, facciamo un breve elenco (non esaustivo) dei parametri in gioco in un incontro sportivo:

  • in un ring si hanno una serie di regole da seguire riguardante i colpi da portare
  • si parla di una persona contro un’altra
  • gli incontri sono divisi per categorie di peso
  • gli incontri sono divisi per sesso
  • è vietato usare armi, proprie o improprie
  • ci sono le protezioni
  • l’ambiente è protetto in modo da evitare ferite permanenti da caduta o colpo accidentale contro gli angoli
  • lo spazio è ristretto
  • non ci sono variazioni dell’ambiente improvvise
  • si alternano minuti di combattimento con minuti di pausa

Come potete capire si tratta di una situazione “protetta” e completamente diversa dalla realtà di uno scontro in abiti civili. Eppure, nonostante questo, la predizione dell’esito di un incontro è sostanzialmente impossibile. Anche il grande Buakaw ha conosciuto lo stupore di avere di fronte uno sconosciuto che sarebbe dovuto andar giù al primo… invece gli ha aperto la faccia a gomitate ed ha vinto l’incontro. Il gioco è sempre quello: minimizzare il rischio, per questo ci si allena a fondo. Stessa logica quando si mette su un negozio, o si opera in borsa: studi, lavori, fai di tutto per evitare di andare a gambe all’aria… ma la possibilità c’è.



Ora, quindi, prendiamo in considerazione la parte più importante di un incontro sportivo, ossia l’esito. Nella fattispecie, la sconfitta. Che si perda, per ko, abbandono o ai punti, il contesto sportivo è psicologicamente e di solito fisicamente gestibile. Una sconfitta è amara, dolorosa, può portare a grandi momenti di sconforto, ma è gestibile. Si può zoppicare anche per un mese, rischiare molto (in alcuni casi un occhio, come Michael Bisping), anche portare traumi permanenti, ma di solito il problema più grosso è psicologico. Ovviamente parliamo di distribuzione statistica: è chiaro che i parenti di chi è morto sul ring, pace all’anima sua, non saranno d’accordo con questa affermazione. Diciamo che in vari anni che sono dentro questo mondo non ho mai visto un danno permanente sul ring e di incontri ne ho visti molti; il dolore più grosso per una sconfitta è interiore.

Ora, anche se il valore dell’incontro (un titolo, un rematch) è direttamente proporzionale al “bruciore”, è molto probabile che il giorno dopo, tra la battuta di un amico ed una birra, ci scappi il sorriso. In fin dei conti l’attività sportiva, per quanto sia tutta la tua vita, rimane un sottoinsieme di tutta la tua esistenza e dopo poco tornerai a sorridere.


Dopo uno stupro no. 

Dopo un accoltellamento in stazione, no.
Dopo un pestaggio per fini razziali, politici, religiosi, no.

Non basta una birra, un amico o magari un meme.

La posta in gioco è mostruosamente più alta.

Ora torniamo indietro, alla rovescia: “per strada” non ci sono round. “Per strada” può significare “in autobus”, mentre uno ti pesta, l’altro ti frega la merendina e l’autobus gira. “Per strada” può significare che ti danno una semplice spinta, caschi, sbatti la testa sullo spigolo del marciapiede e rimani paralizzato. O un destro ti fa saltare un dente, perché non giri col paradenti (lo spero per te). O ti affettano come un maiale, in metro, in 5, per rubarti il computer. Magari un gruppo di tutte ragazze. O magari 3 bisonti norvegesi (dài, andiamo oltre gli stereotipi) di 130 kg. E ti ficcano anche un dito in un occhio, se resisti.



Ora, la domanda è: siete pronti, come atleti, a tutto questo? La risposta semplice è NO.

Come in tutti i contesti, la differenza la fa l’esperienza sul campo. Quindi la vostra esperienza nelle discipline a contatto pieno vi aiuterà solo per avere una buona preparazione atletica e la capacità magari di schivare un colpo: ma è molto probabile che non dobbiate schivare il diretto preciso di un altro avversario con un guantone, bensì un “ganciontante” con una bottiglia di un ubriaco che nell’aggredirvi vi cascherà pure addosso. Quanta pratica avete di ubriachi armati di bottiglia? Fate sparring a bottigliate in palestra?

E se l’ubriaco è tre volte voi, che cosa fate, non accettate l’incontro perché ha mancato il peso?

E se avete le borse della spesa in mano? E la vostra famiglia è dietro di voi?

Oppure se il “contesto di difesa personale urbana” fosse vostra moglie che vi vuole accoltellare in cucina perché ha visto i messaggi dell’amante nel cellulare?


No, perché quando si parla di “aggressione” si fa sempre un gran discutere dei soliti “extracomunitari che minacciano la nostra famiglia mentre passeggiamo in centro” oppure il classico “rissaiolo da bar”. Non si considera mai l’ipotesi che ci si debba difendere dal nonno, dal padre, a volte dalla madre.

La follia umana non conosce limiti e si manifesta quotidianamente con grande creatività.

Quindi, cerchiamo di mettere i concetti al loro posto. La vostra efficacissima thai boxe e i vostri venti incontri a tibie nude in classe A sicuramente vogliono dire tanto e, mediamente, bastano per mandare in ospedale un aggressore singolo, non armato, della vostra stessa stazza, in uno spazio piano al chiuso che vi consenta di calciare, tirare pugni, proiettare l’avversario (accompagnandolo a terra in caso di spigoli, onde evitare un paio di decenni di galera per omicidio o lesioni gravi).



Come si introducono i famosi parametri che rendono improbabile la previsione dell’esito di uno scontro, le vostre abilità sportive valgono sempre meno.

Questo vuol dire che la pratica sportiva non serva a nulla nella difesa personale? Certamente no, serve eccome. La forma fisica, le dimensioni, la capacità di affrontare situazioni stressanti, il condizionamento, l’occhio e tutto quanto fanno sicuramente “punteggio”. Ma il fatto che magari in gioco ci sia la vostra vita e che non valgano le regole che valgono in palestra sono fattori pesantissimi da tenere in considerazione nell’equazione che bilancia il tutto e che porta, alla fin fine, all’unica soluzione logica e corretta: evitare lo scontro il più possibile. 

Se avete piacere di dire la vostra potete commentare qui sotto, sarò felice di scambiare opinioni con voi al riguardo 🙂



Autore: Yuri Refolo Account verificato
L'orso è il mio animale preferito.
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Commenti

@peepso_user_9(AndreaFabbri)
Concordo sull'ultima frase: evitare lo scontro il più possibile, in caso di qualsiasi "esito" dello scontro ci sono troppe potenziali e probabili conseguenze negative: danni fisici e riguardanti la salute, conseguenze psicologiche, penali, economiche e legali. Per guadagnare cosa poi ? A mente fredda e davanti al computer (facile) penso che sia lecito combattere solamente se ci si ritrova in estremo pericolo o ci sia la necessità di aiutare un'altra persona in grave difficoltà e lo scontro è l'unica possibilità per cercare di scongiurare il pericolo.

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Il Bartitsu è un metodo di autodifesa ed arte marziale sviluppato in Inghilterra tra il 1898 ed il 1902 che combina elementi di pugilato, Jujutsu, combattimento con il bastone e Savate (boxe francese). Nel 1903 è stata resa nota come "Baritsu" da Sir Arthur Conan Doyle, autore dei racconti su Sherlock Holmes. Sostanzialmente scomparsa lungo tutto il ventesimo secolo, il Bartitsu sta conoscendo un revival dal 2001 circa. Nel 1898, Edward William Barton-Wright, un ingegnere inglese che aveva trascorso i tre anni precedenti in Giappone, tornò in Inghilterra e annunciò la creazione di una "Nuova Arte dell'Autodifesa". Questa arte, sosteneva, combinava i migliori elementi di una gamma di stili di combattimento in un insieme unificato, da lui chiamato Bartitsu. Leggi tutto l'articolo...
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